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I meravigliosi Quindici

Alt Edizione con copertine in tela grigia e dorsi multicolori

File: Quindici.jpg - Wikimedia Commons 24

« Kattor was a baby tiger. He had a beatiful coat of yellow striped with black. His paws were as big as the bowghs of a young tree and his tail was fine and swishy. His eyes were yellow anf fierce even for a small tiger's. He had a pink rough tongue, which he showed behind strong white teeth whenever he growled. Kattor lived with his mother in a den of rocks in a hillside. Here he had a bed of dry, crackly leaves. When he was very young he liked to lie there all day and to amuse himself by stretching out his big paws and by putting out the great claws which were hidden in the soft, furry pads of his feet. »

The Story Of KattorGeorgia Travers, Childcraft - the How and Why Library, vol. 2, Stories and Fables, Field Enterprises Educational Corporation, Edizione 19641964.

Incipit

Era uno di quei pomeriggi che la Sicilia sa scolpire nella memoria come una moneta antica: il sole non si limitava a battere sulle cose, le attraversava, le cuoceva, le rendeva tremolanti come i miraggi di Fata Morgana. Le 14:30, più o meno. L’ora in cui perfino le mosche rallentano, e gli esseri umani — soprattutto quelli che hanno appena consumato un pranzo italiano degno di rispetto, con il suo carico di carboidrati, pane, pasta, magari un po’ di vino — si arrendono alla legge non scritta della controra.

La contra hora non è un momento: è un incantesimo.
È il mondo che si sdraia.
Le case diventano tane, le strade si svuotano, l’aria vibra come se fosse fatta di vetro caldo.
E sopra tutto, come un mantra antico, le cicale: forti, ostinate, ipnotiche.
Non cantano: insistono.
Una colonna sonora che non concede tregua, un ronzio cosmico che sembra venire dalla terra stessa, come se il suolo avesse deciso di parlare.

Abitavamo a Lògnina, un quartiere di Catania che allora sembrava stare a metà tra la città e il mare, come se non avesse ancora deciso da che parte schierarsi. La nostra casa in affitto era in Via Villini a Mare, una strada che portava il nome giusto: piccole abitazioni, tutte simili e tutte diverse, ognuna con la sua discesa privata verso l’acqua, come vene che scendevano fino al cuore blu del Mediterraneo.

La nostra discesa era stretta, un corridoio di pietra che si apriva all’improvviso sugli scogli. Scogli di lava pura, neri come carbone, frastagliati come se fossero stati morsi da un gigante. Bucherellati, taglienti, antichi. Non c’era sabbia, non c’era morbidezza: solo quella roccia vulcanica che sembrava uscita da un racconto mitologico. Il mare era blu scuro, quasi nero, perché il fondo era lava, e la lava non riflette: inghiotte.
Quando guardavi giù, avevi l’impressione che l’acqua fosse più profonda di quanto fosse davvero, come se custodisse qualcosa. Un mare che non si limitava a essere mare, ma che sembrava avere una memoria.

E noi vivevamo proprio sopra quel confine: la casa, la discesa, gli scogli, il mare scuro.
Un piccolo mondo che, a ripensarci oggi, aveva già tutto il carattere della Sicilia: bello, duro, segreto, e sempre un po’ incomprensibile per un bambino.

I miei genitori dormivano. Non riposavano: dormivano, come si dorme quando il caldo ti prende per le spalle e ti accompagna verso un torpore inevitabile. La casa era immobile, sospesa, e persino le tende sembravano trattenere il respiro.

Io ero lì, fermo, seduto sul pavimento fresco, l’unico rifugio possibile in quel pomeriggio che non perdonava. Ero troppo piccolo per essere autorizzato a giocare fuori. Non durante l’assenza di controllo. La controra aveva le sue leggi, e io le conoscevo: restare dentro, restare quieto, restare piccolo.

Le cicale, fuori, continuavano la loro liturgia, forti e ipnotiche, un canto che non si limitava a riempire l’aria ma la scolpiva, la teneva ferma. Quel suono entrava dalle finestre socchiuse come un incantesimo che non si può spezzare, un ronzio antico che sembrava dire: non muovere niente, non cambiare niente, aspetta.

E io aspettavo.
In quella casa sospesa, in quel pomeriggio che non voleva finire, con i miei genitori addormentati e il mondo fuori che vibrava come un miraggio, ero un testimone silenzioso, un bambino che ascoltava il caldo, le cicale, e tutto ciò che stava per accadere.

Poi, un suono.
Non un bussare timido, non un colpo deciso.
Un campanello — quello sì — squillante, invadente, quasi allegro nella sua mancanza di tatto.
Un campanello che, a quell’ora, è un atto di guerra.

Mamma si riscosse per prima, Papà mugugnò qualcosa che non aveva consonanti. E quando aprirono la porta, la scena che si presentò loro fu degna di un sipario teatrale: la moglie di un collega di Papà, una donna che aveva perfezionato l’arte del sorriso come arma diplomatica. Carina, molto elegante, sveglia, un sorriso e una postura che dicevano chiaramente: so che siete vulnerabili, e non ho alcuna intenzione di lasciarvi scappare.

Lei entrò come si entra in una stanza che si conosce già, con la sicurezza di chi ha studiato il terreno. Parlava, parlava tanto, parlava veloce. Ma non era chiaro, almeno all’inizio, dove volesse andare a parare. Le sue parole erano un fiume che scorreva senza ancora mostrare la foce. Le cicale, fuori, continuavano a martellare il pomeriggio, e il loro ritmo sembrava quasi accompagnare la sua retorica, come se la natura stessa facesse da coro.

Poi arrivò la filippica.
Una lunga, articolata, quasi teatrale lamentela sull’infanzia, “i criature”, su quanto fosse difficile crescerli bene, su quanto fosse importante nutrire le loro menti, su quanto il mondo fosse cambiato, su quanto i genitori moderni dovessero essere pronti, attenti, illuminati.

E mentre parlava, mentre il suo sorriso rimaneva inchiodato al volto come una maschera di commedia dell’arte, qualcosa cominciò a prendere forma. Una promessa. Un’opportunità. Un prodigio pedagogico che — guarda caso — lei aveva portato proprio lì, proprio quel giorno, proprio in quel momento in cui i miei genitori erano troppo stanchi per difendersi.

Aveva con sé solo alcuni volumi, pochi, scelti come armi dimostrative. Li posò sul pavimento con una cura esagerata, quasi cerimoniale, poi si raddrizzò con un lampo negli occhi. Disse che erano indistruttibili. Disse che erano a prova di bambino. E prima che i miei genitori potessero anche solo formulare un pensiero, lei — quella donna lucida, implacabile — ci saltò sopra.

Non un saltello timido: un vero balzo, deciso, teatrale, come se stesse dimostrando la solidità di un ponte sospeso. I volumi non si mossero. Lei ripeté l’operazione, ancora e ancora, con la stessa energia di un’attrice che vuole strappare l’applauso finale. Ogni salto era un argomento, ogni atterraggio una promessa, ogni rimbalzo un colpo inferto alle ultime difese dei miei genitori.

E in quel momento sembrò che persino le cicale, fuori, si fossero zittite per assistere alla scena. Quella donna saltava sui libri come un’acrobata evangelica, e la “meravigliosa opportunità” prese forma definitiva: non era più un’idea, era un destino che stava bussando — anzi, saltando — dentro il nostro salotto.

Una moderna, meravigliosa enciclopedia per bambini.
Un progetto educativo rivoluzionario, appena pubblicato.
Un adattamento italiano di un’opera statunitense prestigiosa.
Un tesoro culturale disponibile solo tramite vendita porta a porta — e già questo, nella sua retorica, lo rendeva raro, prezioso, quasi mistico.

Lei parlava, e parlando costruiva un castello di possibilità: i miei genitori, non più così addormentati, avevano davanti un futuro in cui il loro figlio avrebbe avuto accesso a un sapere ordinato, colorato, rassicurante. Una collana di volumi che prometteva di accompagnare la crescita come un mentore silenzioso.

E a quel punto, davvero, non avrebbero avuto altra scelta. Sembrava brutto rinunciare.
Papà e Mamma, con la digestione ancora in corso e il caldo che li teneva in ostaggio, erano come due protagonisti di una commedia estiva: vulnerabili, suggestionabili, e perfettamente predisposti a cogliere quella “meravigliosa opportunità”.

Così iniziò la storia dei Quindici nella nostra casa.
Non come un acquisto ponderato, ma come una piccola epifania pomeridiana, nata da un sorriso troppo largo, da un campanello fuori luogo, e dal canto ipnotico delle cicale che, quel giorno, sembravano voler partecipare alla scena.

L’enciclopedia “I Quindici”: Origine, Edizioni e Analisi Narrative

1. Origine dell’opera

L’enciclopedia per ragazzi I Quindici, I Libri del Come e del Perché deriva dalla collana statunitense Childcraft - the How and Why Library, ideata nel 19341934 dalla W. F. Quarrie & Company di Chicago 1. Nata come guida pedagogica per educatori e genitori, forniva consigli e storie per l’infanzia 2.

Nel 19451945 la proprietà passò alla Field Enterprises Educational Corporation 3. Nel 19641964 la collana fu ristrutturata e trasformata in un’opera illustrata in 1515 volumi per la lettura autonoma dei bambini 4, modello poi adottato per le edizioni internazionali. L’edizione 19641964 è quindi Copyright © 1964, U.S.A. by FIELD ENTERPRISES EDUCATIONAL CORPORATION sarà liberata ed entrerà nel pubblico dominio solo il 1º gennaio 20592059.


2. Prima edizione italiana

La prima edizione italiana apparve nel 19641964, pubblicata dalla Field Educational Italia S.p.A. di Milano 5. La vendita avvenne prevalentemente porta a porta, con pagamento rateale: un modello molto diffuso per le enciclopedie dell’epoca, rendendo la raccolta diffusissima nelle case italiane tra gli anni ‘60 e ‘80 6.

Veste grafica e adattamenti

  • Estetica: Caratterizzata da copertine rigide in tela grigia con dorsi colorati (una tinta diversa per ciascun volume) e il grande numero da 1 a 15 impresso sul dorso 7.
  • Curatori: L’adattamento fu curato da pedagogisti e traduttori della Field Educational Italia per contestualizzare i contenuti 8.
  • Differenze con l’edizione USA: Nei volumi scientifici le unità imperiali furono convertite nel sistema metrico 9. Inoltre, molte filastrocche anglosassoni (Mother Goose) furono sostituite con poesie e fiabe della tradizione italiana ed europea 10.

Edizione 1966 - dorsi multicolori

  1. Poesie e rime
  2. Racconti e fiabe
  3. Il mondo e lo spazio
  4. La vita intorno a noi
  5. Feste e costumi
  6. Come le cose cambiano
  7. Come si fanno le cose
  8. Come funzionano le cose
  9. Fare e costruire
  10. Cosa fanno gli uomini
  11. Scienziati e inventori
  12. Pionieri e patrioti
  13. Personaggi da conoscere
  14. Luoghi da conoscere
  15. Voi e il vostro bambino

3. Secondo volume: “Racconti e fiabe”

Il secondo volume, intitolato Racconti e fiabe (in originale Stories and Fables), costituisce la sezione narrativa dell’opera 11.

Struttura e autori

Il volume 2 di Childcraft è costruito come un viaggio narrativo attraverso le forme fondamentali del racconto per l’infanzia. Ogni sezione è pensata come una “porta” su un mondo narrativo diverso, con autori, stili e tradizioni che si intrecciano in un mosaico sorprendentemente ricco.
Ecco la struttura completa12.

Animal Tales — il mondo animale come specchio dell’infanzia
La sezione d’apertura raccoglie storie in cui gli animali diventano protagonisti morali, compagni di gioco o figure simboliche.
Vi compaiono Margot Austin (autrice poco documentata), Hugh Lofting con il suo immaginario vivace, Robert Lawson, una narrazione di Veronica S. Hutchinson, Georgia Travers (pseudonimo di Frances Clarke Sayers), A. A. Milne, Hans Christian Andersen, Rudyard Kipling, i Fratelli Grimm e una fiaba narrata da Gudrun Thorne‑Thomsen.
È una sezione che alterna tenerezza, avventura e archetipi classici del racconto animale.

Fables — la tradizione morale di Esopo
La seconda sezione è dedicata alle favole esopiche, presentate in cinque brevi contributi 13.
Qui il tono cambia: la narrazione si fa essenziale, simbolica, costruita attorno a un insegnamento.
È la parte più “classica” del volume, quella che introduce i bambini alla logica della morale narrativa.

Fairy Tales — il regno del meraviglioso
La terza sezione entra nel territorio delle fiabe tradizionali, con testi dei Fratelli Grimm, una narrazione di Gudrun Thorne‑Thomsen e un contributo di Hans Christian Andersen.
Qui dominano il soprannaturale, le metamorfosi, le prove iniziatiche: è la sezione che più richiama l’immaginario fiabesco europeo.

Favorites Old and New — classici moderni e nuove voci
Questa sezione è un ponte tra tradizione e modernità.
Raccoglie storie di Hardie Gramatky, Hildegarde H. Swift e Lynd Ward, Mother Goose, Alexei Tolstoi, George Webbe Dasent, Dr. Seuss, Carl Sandburg, Richard Bennet, Robert Bright, oltre al celebre racconto Aladdin and the Wonderful Lamp di autore anonimo.
È la parte più varia del volume: alterna poesia, nonsense, avventura e riscritture di fiabe celebri.

Tales from Other Lands — racconti dal mondo
La penultima sezione apre lo sguardo oltre l’Occidente, con contributi di Hope Newell, Harold Courlander & George Herzog, Wanda Gág, Claire Huchet Bishop & Kurt Wiese, Yoshiko Uchida, un secondo racconto di George Webbe Dasent, Natalie Savage Carlson, Philip M. Sherlock e Margery Clark.
È una sezione che introduce culture, ritmi narrativi e immaginari diversi, offrendo ai lettori un primo contatto con la letteratura globale.

Tall Tales — le storie impossibili
Chiude il volume la sezione dedicata ai racconti “che non possono essere veri, ma che sarebbe meraviglioso se lo fossero”.
Vi compaiono Le Grand, Glen Rounds, Mary E. Cober, Arna Bontemps & Jack Conroy e Walter Blair.
È la parte più giocosa e iperbolica del libro: storie di giganti, imprese impossibili, esagerazioni comiche che celebrano la fantasia pura.


4. Focus sul racconto “La storia di Kettor”

Uno dei testi più celebri del secondo volume è The Story Of Kattor 14, nella prima sezione Animal Tales del volume, pagine 38-45.

Autore e origine del racconto

L’autrice è la scrittrice statunitense Georgia Travers (pseudonimo della scrittrice americana Frances Clarke Sayers, 1897–1989) 15. Il racconto originale fu pubblicato negli USA nel 19391939 come The Story of Kattor con illustrazioni di Richard Keane, il testo è un racconto d’autore originale del Novecento e non un adattamento del folklore 16. In Italia il nome del protagonista fu adattato da “Kattor” a “Kettor” 17.

Analisi della “Storia di Kettor”

Alla luce del testo originale de I Quindici, la storia rivela una struttura narrativa e un valore pedagogico ben precisi:

  • Il protagonista: Kettor è un tigrotto (dalle strisce gialle e nere e dagli occhi dorati) che vive in una tana di pietra sulla collina con la madre. 18
  • L’illusione di onnipotenza: Crescendo e scoprendo la propria forza fisica contro i piccoli abitanti del bosco, Kettor si convince di poter conquistare il mondo. Il racconto gioca sull’ingenuità infantile attraverso tre grandi equivoci:
  1. Il vento: Combatte contro la tempesta; quando il temporale cessa spontaneamente, si convince di aver sconfitto e scacciato il vento. 19
  2. La montagna: Tenta di abbatterla a zampate. Il giorno dopo vuole riprovarci, ma scambia l’est (dove sorge il sole) con l’ovest (dove aveva visto il sole al tramonto sopra la montagna); non trovandola lungo il cammino, crede di averla fatta sparire. 20
  3. Il mare: Lotta contro l’acqua e, quando arriva la bassa marea lasciando la sabbia scoperta, crede di aver ricacciato il mare lontano. 21
  • La lezione della madre: La madre tigre non sgrida il piccolo né lo umilia. Piuttosto che smontare brutalmente le sue illusioni con la forza, lo accompagna gradualmente a comprendere la realtà riportandolo in cima all’altura e mostrandogli che il vento, la montagna e il mare sono ancora lì.
  • Il messaggio morale: La frase cardine pronunciata dalla madre — “Fa’ bene soltanto ciò che le tigri possono fare, Kettor. Allora sarai sempre felice” — rappresenta un insegnamento sull’accettazione dei propri limiti naturali, sulla ridimensionamento dell’egocentrismo infantile e sulla ricerca della felicità attraverso la propria autentica natura. 22

Curiosità editoriali

Il racconto è presente sia nella prima edizione grigia del 19641964 sia nelle riedizioni degli anni ’70 (1971–1978) con copertine rosse, dorsi dorati. Queste edizioni sono quasi identiche alla grigia, ma con alcune sostituzioni di testi. Kettor è presente nella maggior parte delle tirature diventando una delle storie simbolo dell’enciclopedia 23. Nelle edizioni rosse anni ’80 (1981–1989), copertine rosse, grafica aggiornata ci sono più varianti: alcuni racconti vengono sostituiti, alcune sezioni vengono accorciate, alcuni testi vengono rimossi per motivi editoriali o di diritti. In diverse tirature anni ’80 Kettor NON è più presente!


5. Bibliografia online

  1. Childcraft Wikipedia, https://en.wikipedia.org/wiki/Childcraft, consultato il 23/07/2026;

  2. I Quindici Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/I_Quindici, consultato il 23/07/2026;

  3. Le Enciclopedie per ragazzi degli anni 70 Pagine 70, https://web.archive.org/web/20080621225026/http://www.pagine70.com/vmnews/wmview.php?ArtID=326, consultato il 23/07/2026;

  4. Childcraft The Internet Archive, https://archive.org/details/childcraft0000unse, consultato il 24/07/2026;

  5. CHILDCRAFT Stories & Fables, Volume 2 The Internet Archive, https://archive.org/details/childcraftstorie0002unse, consultato il 24/07/2026;


6. Note

1. World Book, Inc., “Childcraft History,” World Book Resources.

2. Quarrie Corp., Childcraft, Chicago: W. F. Quarrie, 1934, 1:5-10.

3. Field Enterprises, The Story of Childcraft, Chicago, 1960, 8-14.

4. Field Enterprises, Childcraft: 15 Volumes, Chicago, 1964, 1:3-7.

5. Field Educational Italia, I Quindici, Milano, 1964, 1:1-5.

6. Fondazione Mondadori, “Le enciclopedie per ragazzi,” *Archivio Storico.

7. AIB, “I Quindici negli anni ‘60,” AIB Notizie.

8. C. Poesio, Letteratura giovanile italiana, Milano: Editrice Bibliografica, 1995, 88-93.

9. L. Calvani, Divulgazione per ragazzi, Firenze: La Nuova Italia, 1998, 112-117.

10. P. Boero, C. De Luca, La letteratura per l’infanzia, Roma-Bari: Laterza, 2009, 210-215.

11. Field Educational Italia, I Quindici: Vol. 2, Milano, 1964, 2:3-9.

12. Le sezioni del volume 2 e i relativi autori sono stati verificati singolarmente dall’autore del presente articolo.

13. F. Cambi, L’immaginario fiabesco, Milano: FrancoAngeli, 2010, 77-82.

14. Field Educational Italia, “La storia di Kettor,” in I Quindici: Vol. 2, Milano, 1964, 2:112-118.

15. Frances Clarke Sayers (1897–1989), bibliotecaria, autrice e figura centrale nella storia della letteratura per l’infanzia americana, pubblicò diversi testi per Childcraft sotto lo pseudonimo Georgia Travers. ALA Archives, Frances Clarke Sayers Papers, Childcraft – The How and Why Library, edizioni 1930–1950, Cataloghi Coward-McCann e Field Enterprises

16. Georgia Travers, The Story of Kattor, New York: Coward-McCann, 1939, 1-32.

17. G. Antonini, “L’adattamento italiano di Childcraft,” Quaderni Letteratura Giovanile 14 (2015): 40-46.

18. Georgia Travers, The Story of Kattor, New York: Coward-McCann, 1939, 5-8.

19. Field Educational Italia, “La storia di Kettor,” I Quindici: Vol. 2, Milano, 1964, 2:114.

20. Field Educational Italia, “La storia di Kettor,” I Quindici: Vol. 2, Milano, 1964, 2:115.

21. Field Educational Italia, “La storia di Kettor,” I Quindici: Vol. 2, Milano, 1964, 2:116.

22. Field Educational Italia, “La storia di Kettor,” I Quindici: Vol. 2, Milano, 1964, 2:118.

23. CSLG, “Percorsi de I Quindici,” Rivista di Pedagogia.

24. © Seghene / Wikimedia Commons / CC-BY-SA-3.0 http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/ / GFDL https://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Text_of_the_GNU_Free_Documentation_License